È vero: in Italia si registra una forte crescita del tumore della prostata, la più frequente forma di cancro maschile nei Paesi Occidentali. Nel 2022 i nuovi casi l’anno sono stati 40.500 mentre erano 34.800 nel 2017. Un aumento del 16% in soli cinque anni che preoccupa noi specialisti.

Talvolta gli uomini over 45 sono restii a fare controlli per paura di una diagnosi di cancro prostatico, convinti che la prognosi possa essere infausta.

Da urologo-andrologo mi preme mettere in evidenza due fattori:

  • dai 45 anni in poi, a fronte di un banale prelievo di sangue (il dosaggio annuale dell’antigene prostatico specifico PSA ed altri marcatori dedicati), è possibile prevenire il rischio e al limite intervenire tempestivamente
  • col tumore alla prostata si convive e spesso le terapie non sono invasive e non prevedono la chirurgia. Per circa il 40% dei casi è infatti indicata la cosiddetta ‘sorveglianza attiva’.

Il capostipite della terapia medica per il tumore della prostata è la terapia di deprivazione androgenica (androgen deprivation therapy, ADT) a lungo termine – ovvero la riduzione nel paziente dei livelli di testosterone circolante, si conferma essere una risorsa fondamentale per migliorare le prospettive di sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti.

Questa terapia è associata a un tasso di sopravvivenza a 10 anni numericamente più elevato dei pazienti ad alto rischio affetti da tumore prostatico localizzato trattati con radioterapia ad alto dosaggio.

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