Il tumore della prostata è la neoplasia più diffusa nella popolazione maschile rappresenta circa il 20% di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo a partire dai 50 anni di età. Se una diagnosi precoce può salvare la vita, occorre tranquillizzare buona parte dei pazienti per cui “basta” una sorveglianza attiva.

 

Fortunatamente questo tumore occupa il terzo posto nella scala della mortalità, con una stima di sopravvivenza attestata al 92% a 5 anni dalla diagnosi, una percentuale tra le più alte riscontrate in caso di tumore, soprattutto se si tiene conto dell’avanzata età media dei pazienti.

 

Sintomi e diagnosi:

Solitamente i sintomi appaiono solo in fase avanzata.  Essi comprendono prevalentemente sintomi urinari come l’ematuria, ostruzione della vescica o dell’uretere e talvolta dolori ossei.

Motivo per cui, dai 50 anni, è fortemente raccomandato per gli uomini sottoporsi ad un serie di screening urologici, a partire dal test del PSA (Antigene Prostatico Specifico), eseguito con un semplice prelievo di sangue. Il test misura una sostanza prodotta dalla ghiandola prostatica che serve a fluidificare il liquido seminale. 

 

Le terapie:

Dopo una accurata diagnosi clinica ed istologica, della dimensione e della localizzazione del tumore, lo specialista sceglie la strategia più idonea da seguire. Le opzioni sono: aspettare attuando la cosiddetta “sorveglianza attiva”, optare per un intervento chirurgico o radioterapico, oppure associare all’intervento la chemioterapia.

 

Quando viene deciso di fare la sorveglianza attiva?

Nei casi di malattia con un basso rischio di sviluppare una malattia metastatica, anche in funzione dell’età del paziente, si opta per la sorveglianza attiva, ovvero uno stretto monitoraggio dei parametri chimico-clinici (inclusa la biopsia prostatica) e radiologici che permette di vedere eventuali cambiamenti che consigliano di intervenire per l’eliminazione del tumore. L’atteggiamento della sorveglianza attiva per un tumore può apparire bizzarro ma è giustificato dal fatto che non sempre il tumore della prostata evolve velocemente verso forme aggressive, con la possibilità di risparmiare il paziente da interventi e altre pratiche più invasive.

 

Quando si opta per la chirurgia e la radioterapia?

Quando il tumore è pericoloso, ma ancora localizzato, la scelta terapeutica più utilizzata è la chirurgia. I progressi in campo tecnologico, attraverso l’utilizzo di robot e tecniche laparoscopiche, rendono questa opzione meno invasiva rispetto alla chirurgica classica. In alcuni casi la scelta può ricadere o essere associata ad altre due opzioni di terapia: la radioterapia e la brachiterapia. Entrambe le opzioni si avvalgono dell’utilizzo di radiazioni che irradiano il tumore e lo uccidono. Con questi interventi è cruciale non solo distruggere/asportare tutte le cellule tumorali ma anche non danneggiare i nervi che vanno al pene e permettono l’erezione (in caso contrario il paziente diviene impotente). Questi nervi, infatti, passano proprio sulla superficie esterna della prostata.

Quando viene il paziente viene trattato anche con una terapia farmacologica?

Quando il tumore è in stadio avanzato, la sola chirurgia non basta per curare la malattia e, dopo l’intervento chirurgico o radioterapico, è necessario associare una terapia farmacologica. È anche possibile che dopo un intervento andato a buon fine il tumore torni dopo anni e si manifesti a distanza (in questi casi non per colpa del chirurgo, ma del fatto che cellule tumorali erano uscite dalla prostata prima dell’intervento ed erano andate in un altro tessuto, come ad esempio l’osso). Per questo motivo chi si è operato di tumore alla prostata deve continuare a valutare i livelli di PSA almeno una volta all’anno.

 

A cosa serve la terapia anti-androgenica?

Dato il ruolo importante del testosterone, ormone maschile che stimola la crescita del tumore della prostata, la terapia ormonale, nota anche come terapia di deprivazione androgenica, è una delle opzioni terapeutiche più utilizzate nella malattia in stadio avanzato o per ridurre il rischio di recidiva dopo intervento chirurgico. Questa terapia ha lo scopo di evitare che il testosterone stimoli la crescita delle cellule tumorali. Molte volte le cellule tumorali senza il “nutrimento” del testosterone muoiono (in questo caso si parla di tumore ormono-sensibile).

Purtroppo, talvolta, dopo anni di terapia anti-androgenica alcune cellule tumorali “imparano” a proliferare in maniera indipendente dalla stimolazione del testosterone e non rispondono più a questa terapia. Negli ultimi anni, tuttavia, le opzioni terapeutiche sono aumentate in modo considerevole e includono, ad esempio, l’impiego degli inibitori di PARP o la terapia radiometabolica fornendo a noi specialisti un’ampia gamma di azione per trattare la neoplasia più diffusa del genere maschile.