Una relazione poco conosciuta è stata recentemente evidenziata da una ricerca da un gruppo di Oxford: uomini con alti livelli di testosterone, il più importante ormone sessuale maschile, avrebbero una maggiore predisposizione a sviluppare il melanoma, il temibile cancro della pelle. In Gran Bretagna un uomo su 36 sviluppa un melanoma nel corso della vita, contro una donna su 47. Se sino ad oggi erano state intuite correlazioni indirette tra i due fenomeni, oggi il gruppo guidato dalla dottoressa Eleanor Watts ha verificato la correlazione dosando il livello di ormone nel sangue. Sono stati quindi analizzati i campioni ematici di 182 mila uomini e 122 mila donne, nessuno dei quali in terapia ormonale sostitutiva e conservati presso una biobanca. I dati relativi ai livelli di testosterone circolanti sono stati incrociati con quelli dell’attività fisica svolta, il consumo di alcol e il fumo di sigaretta e origine etnica. Complessivamente il dato emerso è che i maschi con alti livelli di testosterone circolante erano quelli maggiormente a rischio di sviluppare un cancro cutaneo, così come sono a maggior rischio di avere un cancro prostatico. Come il tumore della prostata viene trattato con farmaci che abbassano i livelli di testosterone, ora gli scienziati iniziano a immaginare che abbassare i livelli di ormone maschile possa essere una strategia di prevenzione del melanoma in soggetti che presentino fattori di rischio o familiarità (i quali hanno un rischio raddoppiato rispetto alla popolazione generale). In particolare dobbiamo ricordare che in Gran Bretagna la popolazione è di pelle generalmente molto chiara, con occhi chiari e capelli biondi o rossi e ai quali è consigliata la massima protezione nell’esposizione al sole anche quotidiana. Allerta maggiore per quelli che hanno lentiggini e nei di forma o dimensioni irregolari, elemento che aumenta il cancro da 4 a 10 volte. 

Cautele dovute al fatto che il melanoma è un cancro particolarmente aggressivo e subdolo, anche se rispetto ad altri tipi di cancro, le terapie attualmente disponibili hanno portato la sopravvivenza ad un anno al 98,2% e dell’87,4% a 5 anni. Buone notizie che però non devono portare a sottovalutare l’importanza della prevenzione.