In occasione della Giornata Mondiale che ricorre ogni 17 maggio, è doveroso parlare della salute delle persone LGBTQ che risente ancora pesantemente della discriminazione, consapevole o no, in ambiente sanitario. Soffrono un aumentato rischio di malattie cardiovascolari e condizioni croniche come l’obesità, che a cascata finiscono per ridurre l’aspettativa di vita in salute degli appartenenti a una minoranza sessuale.

Ha acceso i riflettori sul problema l’Harvard Medicine magazine in un recente articolo dal titolo: “On the Margins“ (1).

Le persone appartenenti alle minoranze di genere sono poste ai margini della società eppure anche l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ha dichiarato che nessuno sia lasciato indietro sia nella prevenzione delle malattie che nelle cure e l’accesso ai servizi.

Una revisione del 2017 pubblicata su Cureus Journal of Medical Science aveva già rilevato che lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno un elevato rischio di bullismo, suicidio e disturbo da uso di sostanze dai primi anni della loro esistenza e spesso non hanno accesso a un’assistenza sanitaria che tenga conto della loro identità. In età adulta, le lesbiche hanno un rischio più elevato di obesità e cancro al seno e gli uomini gay affrontano un aumentato rischio di cancro alla prostata, ai testicoli, all’ano e al colon.

Sino a pochi anni fa, i sondaggi sanitari nazionali non prevedevano di chiedere dati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, e quindi non esistevano dati su queste popolazioni speciali.

Ma qualcosa sta cambiando: negli Stati Uniti Alex Keuroghlian, docente di psichiatria ad Harvard e presso il Massachusetts General Hospital, è da anni impegnato nella sensibilizzazione sul tema dell’equità sanitaria per le persone LGBTQ.

Negli ultimi due anni ha pubblicato sul New England Journal of Medicine, su JAMA e su Lancet, focalizzandosi sull’importanza di migliorare la comunicazione fra medici e pazienti LGBTQ, e di utilizzare indicatori per catturare l’orientamento sessuale e dati sull’identità di genere, per migliorare l’assistenza sanitaria.

Ad Harvard è titolare di un corso sulla salute delle minoranze sessualie dal 2018 si batte per l’inserimento nelle cartelle cliniche dell’indicazione di appartenenza ad una o all’altra identità di genere. Senza questo dato i pazienti semplicemente non esistono come categoria e sono assimilati a gruppi di cui non fanno davvero parte.

A Cambridge la psichiatra Ana Progovac si occupa invece di disparità di accesso ai servizi di salute mentale delle persone LGBTQ. Scoprendo che la percentuale di pazienti a cui vengono prescritti farmaci psicotropi è aumentata nel quinquennio più rapidamente fra i pazienti appartenenti a minoranze di genere.

Cambiare la cultura è un processo lungo e complesso ma non impossibile l’American Psychoanalytic Association (APsaA) si è scusata di recente con la comunità LGBTQ per aver considerato nei decenni passati l’omosessualità e l’identità transgender come una malattia da curare.

Una notizia che ha permesso di fare luca sul fatto che gli anziani della comunità LGBT sono a maggior rischio di malattie croniche a causa di comportamenti a rischio per la salute che li espongono ad una terza età caratterizzata da maggiore fragilità. Le persone LGBT hanno più difficoltà ad accedere all’assistenza sanitaria che che tenga conto della propria identità sessuale ancora oggetto di stigma e vergogna.

https://hms.harvard.edu/magazine/lgbtq-health/margins

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